Intervista a Robert C. Gallo, MD, Direttore
dell’Istituto di Virologia Umana (Institute of Human Virology-IHV) della
Facoltà di Medicina dell’Università del Maryland, Baltimora-USA e Direttore
Scientifico del Network Globale di Virologia (Global Virus Network-GVN)
Prima dell’AIDS lei ha identificato e studiato il
primo retrovius umano, il solo virus finora conosciuto come causa di leucemia.
Quale ricerca trova più difficile ed interessante quella sul cancro o quella
sull’AIDS?
Le due ricerche sono
simili. La ricerca oncologica, però, è più complicata perché include molte
patologie differenti. Nella ricerca sull’AIDS, si ci concentra su una singola
causa eziologica – il virus HIV- per cui c’è la possibilità di condurre studi
completi sui vari aspetti. In oncologia, invece, ciascuna patologia neoplastica
deve essere analizzata individualmente come una malattia diversa in cui si
cercano degli aspetti comuni ad altre patologie neoplastica, che solo di
recente stiamo cominciando a conoscere. Per questo motivo i due tipi di studi
rappresentano due sfide scientifiche diverse. Inoltre vorrei precisare che noi
lavoriamo anche in oncologia, in particolare siamo molto focalizzati sulle
patologie oncologiche che presentano una notevole incidenza nei soggetti che
sono infetti dal virus dell’HIV.
Quando riflette sui 30 anni trascorsi dalla
scoperta dell’AIDS le tornano alla mente più frequentemente i moment difficili
o quelli esaltanti delle scoperte?
Certamente pochi periodi
della mia vita sono stati così esaltanti e difficili allo stesso tempo. Il
primo è avvenuto prima dell’AIDS quando cercavamo di dimostrare che anche gli
uomini possono essere infettati da retrovirus. E’ stato necessario circa un
decennio per poter dimostrare la presenza dell’HTLV-1 (il virus umano linfotropico
delle cellule T) che causa una leucemia a cellule T (ATL) e meno frequentemente
una patologia neurologica: mielopatia o paraparesi spatica tropicale (HAM/TSP).
L’HTLV-1 è prevalente soprattutto in America Latina ed in Giappone, più che nei
Paesi Occidentali. Ma il provare l’esistenza dei retrovirus umani (prima della
scoperta dell’HTLV-1 e HTLV-2) è stata lunga,
difficile ed in alcuni periodi frustrante.
Per l’HIV, le difficoltà
e la frustrazione cominciarono nel 1982 e nei primi mesi del 1983 per
dimostrare che il retrovirus ora conosciuto come HIV fosse la causa dell’AIDS.
I primi dati preliminari furono ottenuti nel 1982 ed ulteriori evidenze furono
acquisite nel 1983, ma non c’erano i dati di certezza che il nuovo retrovirus
fosse la causa dell’AIDS. Questo risultato richiese molti studi e la messa a
punto di nuove tecnologie, sviluppate nel nostro laboratorio, con cui acquisire
sufficienti informazioni per convincere il mondo intero che mostrava una
notevole reticenza ad accettare tale possibilità. Le scoperte scientifiche non
sono facilmente accettate se non sono validate da sufficienti prove
scientifiche e soprattutto confermate da altri laboratori. A tale proposito,
quando sviluppammo il test diagnostico sierologico noi eravamo ben consci che l’indagine
sierologica avrebbe facilitato l’associazione del virus HIV con l’AIDS, poiché
era una tecnica facile da eseguire in qualsiasi laboratorio clinico del mondo. Tuttavia
l’associazione tra infezione da HIV e malattia di AIDS non avvenne in tempi
brevi. L’associazione fu verificata nel corso di un anno e mezzo, con il
graduale accumulo dell’identificazione del virus dell’HIV negli ammalati di
AIDS.
Ci sono stati dei momenti nel corso dei suoi studi
sull’AIDS quando ha pensato “abbiamo
risolto il problema?”
Certamente c’è stato un
momento chiave nel nostro lavoro. Questo fu l’autunno del 1983 quando noi
scoprimmo come isolare e coltivare in modo continuo e permanente l’HIV in
colture cellulari. Questa scoperta ci permise in brevissimo tempo di produrre
larghe quantità del virus con cui mettere a punto un test diagnostico
sierologico. Inoltre l’avere a disposizione grandi quantità del virus ne permise
la sua caratterizzazione genetica e la identificazione delle sue proteine
strutturali e funzionali.
Come si è sentito da ricercatore catapultato nel
mondo finanziario e politico?
Come per molti giovani
medici, la mia vita è stata dedicate allo studio. Ho avuto poche attività non
correlate allo studio. Sono andato all’Università, alla Facoltà di Medicina, e
poi mi sono dedicato all’ematologia oncologica nel periodo della
specializzazione. Dopo questo lungo periodo di formazione sono andato
all’Istituto Nazionale dei Tumori (National Cancer Institute – NCI, Bethesda,
USA) dove alla componente clinica ho associato la ricerca sperimentale, a cui
poi mi sono dedicato a tempo pieno. La mia esperienza di vita pratica era molto
modesta. Ero stato fortunato che mio padre si fosse preso cura degli assilli
quotidiani e che non avessi dovuto preoccuparmi di nulla. Poi improvvisamente
cominci a studiare una malattia, in cui tu incontri i pazienti – quella era una
novità a cui non ero preparato. Secondo, incontri attivisti, che accusano
medici e politici di fare poco per questa malattia e per fermarne la
diffusione. Terzo, incontri i politici. Quarto, incontri persone famose.
Quinto, ti vengono chieste le tue opinioni su cose di cui non hai alcuna
conoscenza. Non sei un esperto di tutto, anzi la tua conoscenza scientifica è
limitata a pochi argomenti, ma al contrario ti fanno domande su argomenti che
tu ignori. Inoltre tu sei proiettato nel mondo legale su aspetti legati ai
brevetti. Come si potrà immaginare il tutto mi incuteva un po’ di timori.
Pensa che ci sia soddisfazione ed autocompiacimento
sui risultati ottenuti sull’HIV?
Sì, c’è molto autocompiacimento
oggi – è ovvio, ed è comprensibile perché abbiamo una terapia molto efficace.
Inoltre le iniziative di case farmaceutiche di Brasile Cina ed India, di
introdurre farmaci generici, hanno permesso di introdurre farmaci a basso costo
in tutti i Paesi, rendendo possibile il trattamento antiretrovirale anche nei
paesi in via di sviluppo.
Dopo aver espresso la
nostra soddisfazione sui risultati ottenuti, però bisogna ribadire che
l’infezione da HIV e l’AIDS non si possono curare. I pazienti vivono meglio e
più a lungo, ma hanno ancora il virus nel loro organismo e la loro aspettativa
di vita è ancora un pò più corta dei soggetti non infetti, hanno un maggiore
rischio di patologie oncologiche e cardiovascolari. Per cui il problema non è
ancora del tutto debellato anche per i pazienti che sono sottoposti ad una
terapia ottimale. Poi non bisogna dimenticare che molti pazienti non ricevono
cure adeguate. Anche negli USA viene riportato che solo il 20% segue accuratamente
lo schema terapeutico più idoneo.
Perché I giovani debbono temere l’HIV ancora oggi?
Ovviamente I farmaci
antiretrovirali non risolvono del tutto il problema dell’infezione da HIV, ma
ne migliorano la vita trasformando una infezione acuta in una infezione
cronica. Il virus non è stato debellato e noi siamo ancora a rischio di
infezione. Se ti infetti devi assumere farmaci anti-retrovirali per il resto
della tua vita. A chi piace questa realtà? Alcuni farmaci hanno effetti
collaterali, anche se non seri. Inoltre, come ho già ricordato, c’è una
incidenza maggiore di patologie neoplastiche e cardiovascolari, ed una
aspettativa di vita più breve. Per tutti questi aspetti si dovrebbe evitare
l’infezione da HIV e si dovrebbe prevenirla.
L’AIDS ha cambiato l’attitudine generale verso I
problemi delle minoranze?
Sì, credo che ci sia
stato un cambiamento di attitudine. Penso che una delle conseguenze positive
della terribile storia dell’AIDS è la maggiore comprensione delle differenze
personali in ambito sessuale. C’è anche una maggiore comprensione delle
differenze tra le popolazioni Settentrionali, Meridionali, Occidentali ed
Orientali del globo, ed una maggiore cooperazione. Inoltre si stà ponendo più
attenzione ai diritti delle donne.
Lei crede in una terapia “funzionale”, ma non in
una cura virologica. Quali sono le differenze tra le due?
Non credo che ci sia
alcuna promettente strategia per una cura virologica totale. Eccetto, in teoria,
con alcune terapie geniche, che però è una strategia molto improbabile su scala
mondiale – probabilmente potrebbero essere usata per alcune persone
selezionate, ma anche in quel caso non sappiamo se siano de tutto sicure. Per
tale motivo non sperpererei finanziamenti in quella direzione. E’ una strategia
difficile perché ci sono cellule che sono infettate in modo latente, difficili
da trovare, che vivono per lunghi periodi e che periodicamente rilasciano il
virus. Sembra che indipendentemente dall’intensità del trattamento, quelle
cellule rimangono nell’organismo e saranno sempre lì. Non credo che sarà
possibile eliminarle tutte. Né penso che sia necessario.
Cura funzionale, invece,
significa che una persona infetta da HIV potrebbe mantenere il virus soppresso
senza dover ulteriormente assumere anti-retrovirali. Penso che questo risultato
sia possibile e che verosimilmente sarà ottenuto nei prossimi 5-10 anni.
La comunità scientifica ha più volte sostenuto che
la cura dell’AIDS avverrà per il 2020. Pensa che sia un obiettivo raggiungibile
su sala globale?
Sì penso che sia
raggiungibile se stiamo parlando di una terapia funzionale. Se invece si sta
parlando di una cura virologica penso che sia un obiettivo non realistico. Se
un ricercatore afferma di credere in una cura virologica completa per il 2020,
io penso che tale ricercatore non sa di cosa stia parlando.
Quali sono stati I tuoi contributi scientifici
rispetto a quelli del gruppo francese? Cosa pensa della decisione del comitato
del Nobel 2008?
Noi abbiamo dato l’avvio
all’intero settore della retrovirologia umana con la scoperta del primo
retrovirus umano, l’HTLV-1, e del secondo, l’HTLV-2. Noi abbiamo stabilito il
nesso di causalità tra HIV e l’AIDS. L’articolo scientifico del Dr. Montagnier
è stato certamente il primo a descrivere
un retrovirus diverso da quelli scoperti da noi in precedenza. L’articolo del Dr.
Montagnier precede il nostro per la descrizione del virus che successivamente
sarà dimostrato essere l’agente causale dell’AIDS. L’associazione dell’HIV con
l’AIDS è stato fatto da noi nei primi mesi del 1984. Avevamo 48 isolati virali
diversi di HIV ottenuti da 48 differenti pazienti e noi fummo in grado di
dimostrare che l’HIV era la causa dell’AIDS. Inoltre sviluppammo un test
diagnostico sierologico, che fornì una ulteriore conferma che l’HIV era la
causa dell’AIDS. Dr Montagnier ed io abbiamo pubblicato insieme ed abbiamo
avuto pochissime divergenze. Abbiamo pubblicato insieme da coautori (Montagnier
e Gallo) sulla prestigiosa rivista scientifica Nature, e più recentemente sulla
rivista New England Journal of Medicine (Gallo e Montagnier) sulla scoperta
dell’HIV come causa dell’AIDS. Il comitato del Nobel è composto da 4 o 5
signori Svedesi – è la loro decisione (non della comunità scientifica
mondiale). Mi sono offeso? Sì e anche molto sorpreso della loro decisione. Ma
non mi lamento – molte nazioni nel mondo mi hanno reso onore attribuendomi
molte onorificenze con o senza il mio collega Dr. Montagnier. Tra i premi
ricevuti – che sono più di quanto avessi mai potuto auspicarmi- c’è il premio
Paul Ehrlich, la massima onorificenza scientifica tedesca, quella giapponese,
il premio spagnolo Prince Asturia, il premio americano Lasker Award, che ho
ricevuto due volte. Ho anche ricevuto la massima onorificenza israeliana Dan
David Prize e quello canadese Gairdner Award.
Quali sono i suoi sogni da realizzare ancora?
Il mio attuale sogno in
ambito organizzativo è di lasciare un eccezionale Istituto di ricerca –
l’Istituto di Virologia Umana della Facoltà di Medicina , Università del
Maryland – che ho contribuito a fondare. Il secondo sogno è di lasciare in
eredità il Network Globale di Virologia (the Global Virus Network, GVN), che ho
co-fondato, tre anni fa.
Da ricercatore il mio
sogno è di acquisire una maggiore conoscenza delle cause del ruolo delle
patologie infettive nella patogenesi delle neoplasie. Finora ne ho trovato
qualcuna. Con I miei colleghi ho scoperto 5 virus con potenzialità oncogena.
Vorrei trovare ulteriori associazioni di agenti infettivi e neoplasie e vorrei
dimostrare che hanno un ruolo determinante nelle neoplasie umane. Anche per
l’AIDS ho un obiettivo. Vorrei vedere una cura funzionale dell’HIV e vorrei che
l’IHV vi contribuisse. Inoltre io spero che il nostro modello vaccinale possa
essere importante nel fare avanzare le nostre conoscenze vaccinologiche verso
il vero traguardo di un vaccino preventivo efficace contro l’HIV. Lo studio
clinico di fase I basato sul nostro modello vaccinale dovrebbe prendere l’avvio
entro la fine del corrente anno o nei primi mesi del prossimo anno.
Traduzione dall'intervista originale pubblicata sul blog del giornale IAC - Infectious Agents and Cancer